1. TI ODIO!!
Siergon era accovacciato a terra, i sensi attenti che setacciavano ogni palmo di terreno attorno a lui. Sentì un fruscio, qualche rametto che si spezzava, davanti a lui si prostrava in tutta la sua bellezza e magnificenza un cervo bianco maschio. Siergon sfilò una freccia fuori dalla faretra, si mise in ginocchio, incoccò la freccia, mirò al cuore del cervo e scoccò il dardo che andò a segno. Siergon corse verso la sua preda con in mano sette pietre quasi identiche che sparse intorno al cervo al fine di formare una stella a sette punte immaginaria, recitò una formula e le pietre si illuminarono per qualche secondo per poi spegnersi: il rito era compiuto, l’anima del cerco era salva, ora poteva raccogliere la sua preda e portarsela a casa. Siergon era un ragazzino di quattordici anni, minuto,molte agile, alto poco più di un metro e mezzo. Era un mezzelfo: orecchie a punta, capelli rossi con qualche tonalità di un marrone scuro, occhi di un verde scuro alto circa un poco più di due braccia. Era l’unico del suo villaggio che aveva il padre umano e la madre Elfa, purtroppo morta dandolo alla nascita: almeno così gli aveva raccontato suo padre. Amava cacciare, gli distendeva i nervi e lo tranquillizzava ma soprattutto adorava tirare con l’arco; lui e il suo arco d’ebano erano inseparabili, ma non si separava mai neanche dalla spada regalatagli dal padre di sua madre, un elfo, suo nonno. Il fodero della spada era in legno di faggio ed era ricoperto dalla pelle del cervo bianco, l’elsa era ottenuta dal corno di un unicorno, e grazie a quel corno di quell’animale ormai estinto e magico, la lama aveva preso dall’animale la sua magia. C’era inciso un simbolo sull’elsa, un cerchio con all’interno un altro cerchio e una stella a sette punte all’interno del cerchio grande.
Attraverso tutto il bosco con il cervo in spalla fino a ritrovarsi in una piccola radura, la c’era casa sua, ma non appena fece per entrare sentì suo padre urlare:
-Ti avevo detto di non uscire! Per punizione riparerai la rimessa e la metterai in ordine!- Siergon stava per imprecargli contro ma si trattenne dal farlo, così si avviò sconfitto verso la rimessa.
La loro casa si trovava nei pressi del paese di Insret, il paese dove le montagne e i boschi erano di casa. Era una piccola casupola di campagna fatta interamente di legno.
Siergon odiava suo padre, trovava qualsiasi scusa per farlo sgobbare e per farlo lavorare al posto suo. Suo padre si chiamava Oggnir e faceva il fabbro, aveva trentaquattro anni e non li portava per niente, molte rughe marcate gli scendevano già dalla fronte. Era terribilmente arrogante e Siergon non lo sopportava. A volte lo picchiava, anche con dei bastoni, era malvagio e godeva nel veder soffrire le persone.
Quando Siergon ebbe finito di mettere a posto la rimessa tornò a dedicarsi al suo bottino di caccia, il cervo bianco.
Cominciò a squoiarlo, mise le pelli da una parte, prese delle foglie e cominciò a tagliarlo e a impacchettare i vari pezzetti di carne in esse. Alla fine gli rimaneva solo le ossa, le portò sui margini del bosco, dove vari insetti ed animaletti avrebbero pensato a ripulirle, per poi metterle nella rimessa di suo padre, dove lui le usava per fare le impugnature di varie armi.
Rientrò in casa al tramonto, e, non fece nemmeno in tempo a varcare la soglia, che davanti a lui si piazzò suo padre che gli diede un sonoro ceffone. Quando fu sul punto di mettersi a piangere Siergon urlò:
-Perché l’hai fatto? La rimessa l’ho messa a posto!-
-Non è per la rimessa, e perché ti sei dimenticato di preparare la cena…- Rispose con un ghigno.
Siergon era sul punto di estrarre la spada e tagliarli la testa, ma si trattenne, era comunque suo padre. Così si rassegnò, entrò in casa cercando di evitare lo sguardo maligno di suo padre che continuamente lo tormentava, e cominciò a far arrostire sul caminetto la carne del cervo che aveva catturato oggi.
Mangiarono in silenzio, e appena Siergon ebbe finito si alzò e andò diritto in camera sua, sempre senza profanare parola.
Quando fu nella sua stanza si sdraiò sul suo letto e portò la mano alla guancia dove aveva preso il ceffone.
Bastardo.
Faceva di tutto pur di vederlo piangere e se non ci riusciva al primo colpo trovava subito un’altra scusa per farlo piangere.
Si alzò prese il suo pugnale e cominciò a lucidarlo e a pulirlo. Questa era un’altra cosa che gli distendeva i nervi, come quando cacciava. Quando lo ebbe lucidato per bene, lo osservo attentamente e cominciò a guardare il simbolo inciso sull’elsa, si era sempre posto una domanda: perché quel simbolo, non solo era inciso sull’elsa della sua spada, ma anche la piazza del suo paesino era della stessa forma e conteneva le stesse incisione.
Non riusciva proprio a comprendere.
Si faceva tardi, e assorto nel dubbio, stanco di quella giornata impegnativa, si sdraiò e si addormentò.
Nel frattempo alla fortezza c’era una desolazione innaturale, nessuno era rimasto vivo e il demone con l’aspetto umano era riuscito a scappare dalla sua prigionia. Nello stesso momento Ryoz stava andando alla fortezza per comunicare le nuove disposizioni riguardanti i turni e i soldati. Appena arrivò di fronte alla fortezza si accorse subito che qualcosa non andava, smontò da cavallo e legò le redini ad un albero. Perché il grande portone dell’entrata non c’era più? E perché non c’era nessuna sentinella a fare di guardia sulle mura? Ryoz estrasse la spada senza pensarci due volte ed entrò, vide una cosa che gli fece temere che il sorvegliato speciale era scappato, non solo il primo portone era sparito, ma anche il secondo. Allora si fece coraggio ed entrò, non appena varcò la soglia del portone interno, un odore penetrante e nauseabondo di sangue lo avvolse. Era sul punto di vomitare, e quando cominciò a guardarsi in giro e a vedere i corpi dei soldati dovette girarsi per riuscire a fermare gli stimoli di vomitare. Sempre con la spada sfoderata cominciò a correre verso il suo cavallo, era accaduto quello che tutti temevano. Era fuggito il demone. Appena arrivò dal suo cavallo, rinfoderò la spada e slego le redini. Gli montò in groppa con un balzo a si avviò al galoppo verso l’Accademia Militare, dove risiedevano le più alte cariche militaresche e governative, per comunicare l’inquietante notizia.
Arrivò dopo circa mezz’ora, il cavallo era stremato, Ryoz smontò da cavallo, porse le redini allo stalliere e si avviò a passo sicuro verso lo studio del Gran Generale. Entrò quasi sfondando la porta, e Koret, il Gran Generale, si girò verso di lui.
-Cosa diavolo ti salta in mente di entrare così nel mio studio! Quasi mi sfondavi la porta! La prossima volta che fai una cosa del genere ti degrado a soldato semplice!-
-Mi scusi per la mia intrusione avventata, ma quello che sto per dirvi e di vitale importanza, e non vi piacera.-
-Cosa non dovrebbe piacermi?-
In quel momento, Koret si ricordò dove aveva mandato Ryot e cominciò a pensare quello che stava per dirgli.
-Sì ricorda il sorvegliato speciale che rinchiudemmo nella fortezza quattro anni orsono?-
Koret annuì e nello stesso istante senti un brivido attraversagli da parte a parte il corpo.
-È fuggito… ha fatto esplodere la porta di zeron, a trucidato tutti i nostri compagni e infine è fuggito facendo sparire i due portoni d’entrata alla fortezza. Purtroppo questo sta a significare solo che pratica arti magiche.-
Koret non profanò parola, aveva uno sguardo cupo e praticamente vuoto, privo di espressione.
-Dispiega tutti i soldati a disposizione e mandali alla ricerca di quel demone.-
-Ma signore, se anche qualcuno di quei soldati riuscisse a trovarlo, verrebbe molto probabilmente trucidato come quelli che si trovavano alla fortezza.-
-Lo so, ma non c’è altra alternativa, dobbiamo riuscire a trovarlo, è in gioco la vita di tutto e di tutti.-
-Cosa sta succedendo? Per quale motivo e in gioco la vita di tutti?-
-Lo saprai a tempo debito come tutti gli altri, gli a sapere cosa abbia intenzione di fare quel demone sono il sottoscritto e il Supremo Saggio. E ora vai, muoviti, non c’è tempo da perdere!-
Siergon si svegliò che era ancora presto, oggi avrebbe impedito a suo padre di riempirlo di ceffoni, gli avrebbe anticipato ogni sua mossa. Usci di casa con passo felpato, per fare in modo che non si svegliasse, prese il suo cavallo e si avviò verso il paese dove avrebbe comprato una brocca di latte, un po’ di pane e del miele. Raggiunse il paese che il sole era da poco sorto, si avviò verso la stalla, vide il contadino e andò verso di lui. Il latte l’aveva comprato, ora si avviava verso la panetteria, entrò e dopo aver salutato cortesemente anche il panettiere comprò anche il pane. Ora non gli restava che andare dall’erborista, una maga, l’unica che vendeva il miele. Entrò nell’erboristeria, era tutto buio li dentro e l’odore di tutte le erbe che penzolavano dal soffitto faceva lacrimare gli occhi a Siergon.
-C’è nessuno?- Chiese Siergon ad alta voce.
Si inoltrò sempre più nel negozio, fino a quando non arrivò al banco e vide la maga in una specie di trans. Le diede un colpetto e lei si risvegliò di soprassalto. Il tempo di mettere a fuoco la vista e la maga, appena inquadro Siergon, soffocò un urlo. Siergon si spaventò, ma la maga fece comunque finta di niente anche se aveva capito che lui l’aveva sentita urlare. Anche Siergon fece finta di niente e le chiese il miele, ma mentre gli stava porgendo il denaro per pagarla si accorse che i lineamenti del suo viso avevano un nonché di paura, di terrore. Siergon si spaventò nel guardarla negli occhi e quindi cercò di concludere al più presto la trattativa. Appena la concluse si avviò a passo veloce verso l’uscita dell’erboristeria, ma non fece neanche in tempo a varcarla che la maga disse:
-Sei stato scelto, insieme ad altri compagni, e non potrai sottrarti dal tuo compito, perché così è stato scritto, dovrai resistere fino alla fine, per la salvezza non solo del mondo terreno ma anche di quello ultraterreno.-
mai provata, come se quello che aveva detto fosse vero. Non era possibile, stava sicuramente delirando. Così si avviò verso casa cercando di dimenticare questo episodio.
Arrivò a casa poco dopo, e quando entrò vide che per fortuna suo padre russava ancora nel suo letto. Così si avviò verso la cucina, accese il fuoco, prese un pentolino, vi versò dentro il latte e cominciò a scaldarlo. Affetto il pane e lo mise in tavola, assieme al miele. Verso il latte bollente in una tazza e mise sul tavolo anch’esso.
Quando ebbe finito di preparare la colazione, uscì di casa, andò a prendere la scure e si avviò verso il bosco per tagliare della legna.
Quando arrivò a casa era quasi ora di pranzo, così corse sul retro delle casa, dove lasciò la legna che aveva tagliato.
Poi rientrò in casa, doveva preparare il pranzo, o tutti i suoi sforzi di non prendere ceffoni almeno per un giorno sarebbero stati vani. Si accorse che per fortuna suo padre aveva apprezzato la colazione, non aveva lasciato indietro nemmeno una briciola di quello che gli aveva preparato.
Con il sorriso sulle labbra per la colazione “riuscita” scesa nella loro minuscola cantina, dove custodivano le carni e i formaggi. Prese un pezzo di carne di cervo del giorno prima, taglio un pezzo di formaggio e ritornò in cucina. Uscì nuovamente di casa, dopo aver lasciato la carne e il formaggio in cucina, e stavolta si avviò verso il loro piccolo e magro orticello. Raccolse qualche foglia di insalata e si ritornò di nuovo in casa.
Cominciò a far arrostire la carne, e intanto che coceva si mise ad affettare il pane che era avanzato da stamattina.
Quando fu tutto pronto e ben disposto in tavola, suo padre arrivò, quasi sentisse nell’aria il profumo del pranzo già pronto.
Oggnir entrò d’un balzo in cucina e si getto sul cibo con foga. Siergon lo salutò con timidezza, anche se sapeva già che non gli avrebbe risposto. Così si sedette anche lui e cominciò a mangiare, in silenzio, come sempre.
Quando tutto fu consumato suo padre si alzò e disse:
-Hai tagliato la legna?-
Siergon alzò la testa dal piatto guardandolo negli occhi con aria di sfida e rispose pacatamente:
-Sì, papà-
Quando Siergon disse queste parole pensò che suo padre gli sarebbe saltato addosso e lo avrebbe strangolato. Ma non fu così, però Siergon si accorse comunque che suo padre era infuriato perché questa mattina l’aveva anticipato.
Oggnir uscì di casa sbattendo violentemente la porta senza ringraziare e senza salutare suo figlio.
-Stavolta te l’ho fatta, vecchio!-
Disse fra se e se Siergon.
Ma la felicità di Siergon non durò a lungo.
Quando la luna era appena sorta suo padre entrò come un treno in casa, andò diritto in cucina e, come a pranzo, trovò tutto pronto.
Siergon era davanti al caminetto, nel loro piccolo salotto. Stava lucidando la sua spada. In quel momento entrò suo padre, irato come sempre, Siergon se ne accorse ma non ci fece caso, aveva fatto tutto quello che doveva, per quale motivo avrebbe dovuto fargli del male?
Non fece nemmeno in tempo a finire di pensare che non gli avrebbe fatto niente che suo padre gli si parò davanti e gli tirò una sberla che lo fece cadere faccia a terra.
Siergon si alzò, con la testa bassa e senza dire niente, si avviò verso la sua stanza dove si mise a piangere. Ma non era un pianto da ragazzino, soffocò i singhiozzi ma non riuscì a frenare le lacrime.
Pianse tutta la notte, e la mattina, prima dell’alba preso il suo zainetto che aveva ricavato dalla pelle di cervo, lo riempi con carne formaggio e una borraccia d’acqua. Torno in camera sua, prese la sua spada, se la lego al fianco e con essa prese anche arco e faretra che si lego sulla schiena.
Uscì di casa silenzioso come una lepre e si avviò verso il bosco.
Voleva andarsene, non lo sopportava più.
Ma suo padre, che la sera prima si era insospettito che non aveva battuto ciglio, si accorse che se ne andò e appena Siergon varcò la soglia suo padre si fiondò fuori dal letto e si avviò anche lui verso la porta.
-Torna subito qui!-
Urlò Oggnir. Ma Siergon si limitò a girare il volto:
-Ti odio!-
Queste furono le ultime parole che Oggnir sentì da suo figlio. Siergon ormai era solo, nel bosco.
p.s se trovate qualke errore fatemelo sapere, e non fate caso ai nomi propri XD